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La storia del rugby

UNA STORIA DI UOMINI E DI CULTURE

Che cos'è questo gioco capace di affascinare il minatore del Galles e il vignaiolo del sud della Francia, l'allevatore della Scozia e l'agricoltore della Nuova Zelanda, il pescatore delle Isole Figi e lo studente di Oxford piuttosto che di Costanza o di Rovigo? Uno sport, una confraternita, una religione, un modo di vivere, una battaglia, un fatto educativo? Secondo uno scrittore britannico Davis Storey "…è il solo sport per uomini che sia rimasto". Uno dei primi Barbarians, il reverendo inglese Carey, disse che "…è un gioco per buoni sportivi di tutte le classi ma non un gioco per un cattivo sportivo a qualsiasi classe appartenga". Fuori dell'enfasi, il rugby non è tutto questo ma è certo un po' di tutto questo. Non è uno sport popolare come il calcio, ma è praticato in tutto il mondo. È uno sport diverso, romantico, legato come nessun altro alla tradizione, alla storia, alla cultura in cui è nato e infatti in ogni Paese in cui è arrivato ha acquisito espressioni particolari.

La leggenda narra che ha visto la luce nel 1823 in un collegio Inglese, a Rugby, una città del centro dell'Inghilterra, che, caso unico, ha poi dato il nome allo sport. Durante l'ora di ricreazione i ragazzi giocavano con un pallone. Non si sa che tipo di gioco praticavano, secondo le cronache di allora si trattava del "football", si giocava con i piedi, e, secondo la narrazione tradizionale, un giovane studente di origine irlandese, William Webb Ellis, prese il pallone tra le mani e, in spregio alle regole vigenti, incominciò a correre lanciandosi verso il campo avversario. Forse fu una reazione istintiva alla monotonia del gioco, forse non accadde nulla di particolare, ma quel gesto ribelle, se mai venne compiuto, divenne l'atto di nascita del RUGBY
Il gioco di Rugby trovò subito molti adepti. "I Rugbeains", cioè gli studenti di quel college, ne diventarono apostoli e lo portarono in tutta la Gran Bretagna codificandone le regole, le prime scritte di un gioco con la palla che generò scismi e divisioni, determinando anche la nascita del calcio, in inglese "soccer", per contrazione di Association, l'organizzazione sorta in contrapposizione a quella che aveva adottato le regole del rugby.
Il rugby diventò uno dei simboli dell'Impero britannico e venne portato molto presto in giro per il mondo, prima nei Paesi di cultura anglosassone e poi attraverso vari processi di osmosi in tutto il pianeta. Ma, a qualsiasi latitudine, il rugby rimase sempre fedele alla sua origine di sport da combattimento. Un gioco virile nel quale il contatto con l'avversario è privilegiato come in nessun altro sport di squadra. "Da sempre -diceva Lord Wavell Wakefield, il mitico personaggio del rugby inglese- gli uomini hanno giocato a battersi. Il rugby consente loro di farlo nel rispetto delle regole. È un gioco duro e questa è la sua principale virtù".
Dunque sport di combattimento ma nel rispetto delle regole. E per non infrangere il sottile confine tra virilità e brutalità, al rugbista si chiede di essere coraggioso e generoso, altruista e sereno e di avere un pizzico di humour, la capacità di sdrammatizzare. I rapporti tra i giocatori non sono sempre idilliaci, ma non c'è niente che avvicini un uomo all'altro come il rugby, che generi "fair play", il rispetto per l'avversario in misura così rilevante."Non ci sono giocatori di rugby, ci sono soltanto squadre": è una delle frasi che hanno fatto la storia del gioco ed è molto significativa. L'individualità va sempre messa al servizio della collettività e in questo senso il rugby rappresenta un microcosmo della società nel quale ognuno ha il suo ruolo specifico: il potente sfonda, il piccolo s'infila, l'alto salta, il veloce corre. In una squadra di rugby c'è posto per tutti, ma la solidarietà, il mutuo soccorso, la lotta ravvicinata necessaria all'esprimersi del gioco, sono necessari e si sono trasformati in pregevoli elementi educativi. Il piacere del sacrificio e della battaglia in un mondo in cui questi valori sono sempre meno popolari, hanno reso il rugby moderno assai simile a quello antico, la sua funzione socializzante e l'aggressività controllata richiesta dal gioco, ne hanno fatto un autentico mezzo di formazione per generazioni di giovani nei vari punti del pianeta e molti ex giocatori sono diventati personaggi di primo piano nella società.
La complessità delle sue regole è soltanto apparente. Ed anche l'obbligo di avanzare passando indietro la palla ha un preciso significato e contribuisce a renderlo lo sport collettivo per eccellenza. E pure la possibilità di afferrare l'avversario che porta la palla e di placcarlo è uno degli atti fondamentali e caratteristici del gioco, mutuato dai suoi antenati. È uno sport che chiede molto a chi lo pratica: qualità atletiche eccellenti, carattere e coraggio, ma al tempo stesso la serenità di capire che si tratta sempre di un gioco. Proprio per salvaguardarne i valori, i padri del rugby, i britannici, sono sempre stati molto restii alla sua universalizzazione, temendo che potesse venire male interpretato, che la potenza bruta potesse prendere il sopravvento sulle regole ferree che disciplinano la dura lotta fra i trenta protagonisti che rimane l'essenza del gioco, una simbolica guerra fra due fazioni, fra due clan.
Il rugby, nato nelle scuole "bene" dell'Inghilterra, è e sempre stato sport di studenti e gli studenti l'hanno portato per il mondo: è nato come sport d'élite, figlio di una casta, ma poi la sua diffusione è stata universale senza che nessuno abbia mai saputo spiegarne veramente i motivi. Ma è rimasto qualcosa di diverso, come diversa, rispetto alla maggior parte dei giochi è la forma ovoidale della palla, curiosamente ortopedica se si pensa al pallone stretto al petto durante la corsa
Ed anche questa palla dai rimbalzi bizzarri è diventata segno distintivo del rugby. E la conquista della palla, come accadeva centinaia d'anni fa nei giochi primitivi che vedevano di fronte interi paesi, per strada o nelle campagne, è rimasto il punto di partenza nella lotta fra le due squadre impegnate in una feroce battaglia collettiva per conquistarla.


Tratto da: P. Fadda - L. Ravagnani, RUGBY, Storia del rugby dalle origini ad oggi, Milano, Vallardi & Associati, 1992.